Forum

Paolo Deganello,notissimo architetto, ci ha inviato un suo, graditissimo, intervento, strutturato in più parti, che uscirà a breve su una nuova rivista di design portoghese, di cui pubblichiamo la premessa e la prima parte.

In questo articolo egli espone una complessa riflessione sul concetto di auto produzione nell’arredamento, anche attraverso l’esperienza del gruppo RECESSION DESIGN, con base a Milano e attivo già da alcuni anni nel campo delle auto produzioni di design.

Partendo da questa precisa posizione di Deganello sulle autoproduzioni di design apriamo un forum con la speranza di stimolare una discussione che porti a meglio definire le esigenze degli autoproduttori di design milanesi che costituiscono la motivazione fondativa di MILANOSIAUTOPRODUCEDESIGN.

                                                                                 “ENTUSIASMO PER COSA”

Premessa :

stiamo vivendo il tempo di un cambiamento epocale, la sociologa Saskia Sassen dice che “stiamo assistendo ad un imponente spostamento della ricchezza da una parte della società verso un’altra e questo coinvolge le risorse finanziarie dello stato, del piccolo risparmio, delle piccole attività imprenditoriali, la Citibank è stata salvata dal fallimento dal governo USA con 7 miliardi di dollari, soldi provenienti dal prelievo fiscale, cioè soldi della working class e del ceto medio, c’è una progressiva concentrazione della ricchezza da parte di una minoranza già ricchissima e il risultato è l’impoverimento di buona parte della popolazione che vede tagliati i servizi e le pensioni” e abbassarsi pesantemente la remunerazione del lavoro e le occasioni di lavoro. Saskia Sassen sostiene che “qualcosa di simile avvenne nel passaggio dal Medioevo alla modernità,quando si formarono gli stati nazionali,”fu quello un’altro grande mutamento epocale “ nel tempo di questo cambiamento epocale , mai come oggi il mondo è stato un gigantesco ammasso di merci, sempre più si diffonde la convinzione che il degrado ambientale se non cambieremo radicalmente il consumo di risorse per produrre nuove merci, porterà presto il nostro pianeta al collasso. A quali merci col nostro disegno dovremo dare bellezza e procurare consenso,se ci sembra inumana questa espropriazione di ricchezza e ci sembra atto suicida e immorale verso le nuove generazioni o,per lo meno,per quanto si possa esser cinici, poco entusiasmante continuare a collaborare a quell’incremento di produzione di merci,di lusso o di massa, che distrugge il pianeta su cui viviamo e vivranno? E’ troppo difficile e frustante progettare senza entusiasmo e a me sembra che il “progetto”, in un ‘epoca di cambiamenti epocali sia un “fare” entusiasmante perché dà per lo meno la grande speranza che un mondo migliore sia progettabile e realizzabile. Nelle molte negatività del presente impariamo a vedere i segni innovativi, i tentativi seppur minoritari anche negli ambiti della nostra disciplina, che ci facciano intravedere la direzione di questo cambiamento. Segni che già esistono vitali, accettiamoli anche e proprio perché ci impongono la rimessa in discussione dei nostri saperi e delle nostre discipline del progetto e ci fanno intravedere futuro. Al cambiamento più o meno epocale si può sempre reagire con la speranza e la pigra attesa che presto tutto ritornerà come prima, a me sembra molto più entusiasmante cercare di prendere in corsa il treno dei molti cambiamenti auspicabili. Ho messo insieme materiali appunti, annotazioni ancora grezze e su cui molto ancora occorre studiare approfondire e meglio capire, ci sono molte domande a cui mi piacerebbe dare non una risposta individuale ma il più possibile condivisa, propongo il tutto,domande comprese, su una nuova rivista di design come testi da discutere, soprattutto con i giovani lettori perché anche se si lamentano giustamente che non hanno futuro, un loro futuro devono impegnarsi a cercarlo. Non dimentico che questa rivista è promossa da una scuola di design, spero che questi giovani col loro vissuto, col loro bisogno di apprendere rispondano in questa stessa rivista, alle mie molte provocazioni e domande e mi aiutino così a rendere meno grezzi, più vicini alla loro realtà, questi miei materiali sul progetto della merce.

 RECESSION DESIGN, una innovazione possibile

 A pagina 140 del numero di Giugno del 2009 di “Ottagono” rivista italiana di architettura e design si legge”Il kit fai da te antidoto alla crisi: Lo studio Pop Solid di Milano ha riunito un collettivo di giovani designer italiani e stranieri,(etá media 35 anni) per dare vita al progetto. “Recession Design”, una collezione di oggetti e arredi essenziali creati con materiali di uso comune e di facile reperibilitá, provocanti e divertenti come fossero giochi”. Nel dicembre del 2009 il Museo per le arti applicate MAK di Vienna invita il gruppo milanese a illustrare il progetto al pubblico attraverso una “live performance” che si tiene durante la “design week “ cittadina. Per l’evento Recession Design distribuisce ai visitatori dei kit contenenti materiali e semilavorati che dovranno essere utilizzati per costruire degli oggetti,naturalmente con l’assistenza dei progettisti. Al termine della performance, il visitatore, con un contributo simbolico lasciato al museo, potrà portarsi a casa il suo oggetto finito e autocostruito. Il pubblico intervenuto durante la serata ha accolto l’iniziativa con grande entusiasmo assemblando vari oggetti,aggiungendo in alcuni casi,anche piccole migliorie o personalizzazioni, a dimostrazione che il coinvolgimento nella progettazione può essere interessante, divertente e a volte un vero e proprio stimolo per nuove attività creative”( Nota da Recession Design “Design fai date” ed. Rizzoli 2011).Al Salone del Mobile di Milano del 2010, alla Fabbrica del vapore, ex fabbrica dismessa di proprietà del comune, spazio espositivo dedicato alla promozione della creatività giovanile, Recession Design espone una nuova collezione di oggetti questa volta realizzati con la dichiarata sponsorizzazione della Brico Center società di Bricolage con 100 negozi in Italia. La Brico Center mette a disposizione di Recession design, le macchine elettriche, trapani, seghe, levigatrici, ecc., che vende per il “Fai da te” e i semilavorati sempre da lei commercializzati per la realizzazione dei prodotti presentati . Incoraggiati dal successo di critica e di visitatori Recession Design propone alla Brico Center di organizzare dei laboratori del” fai da te” nei loro negozi dove i giovani progettisti , pagati dalla azienda, offrono ai clienti , gratuitamente, una consulenza alla progettazione dei loro progetti promuovendo ovviamente la migliore utilizzazione dei semilavorati Brico Center ma nello stesso tempo rilevando le esigenze reali del cliente di questa società di distribuzione. Si prevede inoltre che i laboratori ,attraverso un portale mettano a disposizioni soluzioni suggerite, complete di schemi di montaggio, che utilizzano sempre macchine utensili,semilavorati disponibili nei Brico center ma nello stesso tempo fanno la consulenza a progetti dei clienti e complessivamente promuovono una diffusione dell’auto costruzione degli arredi della propria casa.

 Cosa cambia:

  1. Il progettista non è più autore, ma un tecnico al servizio di una creatività diffusa che lui stesso promuove e dovrebbe essere in grado di aggiornare ed evolvere informando stimolando continuamente l’utente sulle istanze più aggiornate della disciplina del design. Quella massificazione dell’estetico attraverso la merce che era stato obbiettivo fondamentale e socialmente legittimante del design moderno, di quel design nato intorno alla catena di montaggio e alla grande serie non si realizza più attraverso l’imposizione di un prodotto firmato ma attraverso una acculturazione del consumatore visto come soggetto creativo capace di una sua per quanto assistita autonomia progettuale. La merce progetto diventa cosi servizio,serve ad ogni utente a costruirsi il suo pezzo unico(Nota Sulla trasformazione delle merci in servizio,di cui gli esempi più interessanti oggi sono il car sharing e il Bici sharing fondamentale è stato ormai da trent’anni il contributo di Ezio Manzini,).

  2. L’azienda non vende più solo un prodotto ma anche un servizio progettuale , sostituisce all’indagine di mercato e al marketing tramite i designer dei laboratori la rilevazione puntuale dei desiderata del cliente, crea una solidarietà attiva industria- utente che ha nel progettista la sua interfaccia ideale.

  3. Alla produzione di serie del prodotto si sostituisce la produzione di serie del componente, del semilavorato necessariamente sempre più flessibile e utilizzabile per diverse applicazioni. Si riducono enormemente tutti i costi per produzione e promozione di un singolo prodotto finito,imballaggio, trasporto, pubblicità, e tutti i rischi e spreco di risorse pesantissime nei prodotti finiti invenduti. Si riducono quindi enormemente tutte le risorse impiegate, il prodotto si territorializza, cioè si produce sempre di più in prossimità dove si consuma e si abbassa il conseguente inquinamento dovuto alla minor quantità di risorse impiegate e alla eliminazione del trasporto di prodotti finiti. Se una parte significativa del lavoro viene delegata al consumatore questi coltiva sempre più la sua vocazione al “fai da te “ che lo porta a recuperare,con la riscoperta della manualità, la cultura della manutenzione, rendendo sempre più durature le merci che lui usa, sia quelle costruite da lui che quelle acquistate. L’”usa e getta”, si deve ora misurare con un qualcosa ”che ho fatto io”. La mistica del sempre nuovo, la vocazione a compiacersi e subire la induzione alla obsolescenza rapida del prodotto viene ostacolata e boicottata dal rapporto affettivo e possessivo dell’oggetto che”mi sono costruito io”. Gli scarti diventano uno spreco nella cultura di questo consumatore che tende sempre più a riusare tutto……. e l’invenduto si riduce enormemente, anche perché il semilavorato che non ha successo comporta un ben diverso e più ridotto spreco di risorse impiegate rispetto ad un prodotto finito invenduto; e inoltre sarà lo stesso design del laboratorio a inventare e suggerire nuove applicazioni che gli ridiano consenso. E’ chiaro infine che un magazzino di semilavorati ha un costo di trasporto e di spazio infinitamente minore di un magazzino di prodotti finiti. Lo sa bene IKEA che però trasporta e immagazzina prodotti finiti smontati, ma è molto superiore il risparmio di trasporto e spazio se si passa al magazzino di semi lavorati. Questi diversi e salutari risparmi sommati ad un riterritorializzazzione del prodotto che fa si che si realizza in casa usando materiali acquistati nel più vicino Brico Center, sommati ancora al costo del progetto e costruzione delegata all’utente fa si che questi prodotti possano avere costi ancora inferiori ad IKEA, sono però tutti diversi, sono i miei prodotti, hanno un livello di identificazione con l’utente progettista e costruttore la cui vita verrà da lui strenuamente difesa. I prodotti auto costruiti rischiano in definitiva di avere prezzi concorrenziali al prodotto IKEA,e hanno in più il fascino della personalizzazione e della non standardizzazione che invece la casa IKEA tende ad imporre al mondo intero.

  4. Si valorizza e diffonde la figura di un utente progettista e auto costruttore e quindi consumatore autonomo e critico, che al prodotto firmato tende a sostituire la sua capacità di inventare e non subire il prodotto,avvicinandoci a quel ”uomo artigiano” proposto da Richard Sennet (Nota Richard Sennet “l’uomo artigiano” ed. Feltrinelli .2008). Su questo libro e su questa proposta di Richard Sennet c’è nel mondo del design italiano un grande interesse, demolisce tra l’altro il mito un tempo tutto positivo di quella società industriale,su cui è costruita tutta la cultura del design, che nella crisi di oggi del valore del lavoro, nel degrado ambientale, nel recupero dei valori della diversità, contro ogni omologazione, nel rifiuto della omologazione planetaria dei consumi,che l’ inter-nazional design ha promosso e la globalizzazione ha realizzato, misura molte delle ragioni della sua grande crisi.

  5. Questo nuovo consumatore auto costruttore svolge un ruolo attivo nella definizione del concetto di merce. L’utente non attende più il prodotto, non vive nell’attesa di novità, si progetta e costruisce il prodotto di cui ha bisogno. Da una produzione concentrata nella azienda e da queste promossa, passiamo ad una produzione diffusa, voluta, nelle case degli utenti. Cambia di conseguenza la casa dello ”uomo artigiano” che avrà sempre più un laboratorio o potrà contare su un laboratorio di condominio o anche di quartiere che potrà sempre appoggiarsi al laboratorio Brico Center per la consulenza nella progettazione e realizzazione del progetto e diventa il nodo di una possibile rete di strutture distributive di prodotti per bricolage attrezzate col laboratorio che lentamente ridefinisce anche la struttura distributiva quale struttura di promozione dell’autonomia relativa del consumatore.

E’ sempre esistito il Bricolage, va comunque tenuto presente che in questi ultimi anni ha avuto una forte diffusione. Recession design lo propone all’interno della produzione di elementi e complementi di arredo quale occasione di ulteriore diffusione di questa attitudine al fare. Di fronte al ridotto potere di acquisto di una utenza sempre più vasta,alla diffusione di una condizione di precariato e di forzato tempo libero dovuto alla crescita della disoccupazione, e della cassa integrazione,questa figura di auto produttore, potrebbe estendersi alla progettazione e costruzione di prodotti ottenuti dall’assemblaggio di altri semilavorati. Nel vestiario,negli elettrodomestici, nei computer esistono da tempo laboratori artigiani che vendono su commissione computer assemblati secondo le esigenze dell’utente, nasce così sia una nuova figura di consumatore progettista e coproduttore che di designer al servizio di una progettualità diffusa. E’ possibile intravedere una vocazione associativa, già tentata in Recession design che secondo alcuni si doveva trasformare in associazione e gestire collettivamente il grande successo ottenuto? Mettendo insieme queste due nuove figure di consumatore-produttore- progettista e designer costruttore credo valga la pena di ritentare e promuovere, gruppi di consumatori che si associano e progettano e coprogettano con altri utenti e gruppi di designer che anch’essi diventano progettisti produttori, gruppi misti che fondono le diverse competenze in una struttura produttiva che è una nuova idea di azienda. Qualcosa di simile seppur parzialmente si è già realizzato nei G.A.S. gruppi di acquisto solidali formati da contadini produttori e da consumatori che instaurano varie forme di collaborazione e solidarietà diretta che in alcuni casi è arrivata ad una nuova associazione tra produttori e consumatori per i prodotti alimentari.( si veda l’esperienza di www.agricolutanova.it in prossimità di Roma) Nessuno si illude almeno per ora che una diffusione dell’auto produzione sia una alternativa all’attuale produzione di merci, ma può essere una modalità di produrre merci che si affianca alla tradizionale produzione di merci e la condiziona e fatto non secondario come per i G.A.S, elimina il filtro e i costi della grande distribuzione. Forse non è secondario segnalare che nel catalogo della mostra “The New Italian Design “ fatta dalla Triennale di Milano (catalogo Edito da La Triennale di Milano Design Museum) e curata da Andrea Branzi a Istanbul, una forte percentuale dei prodotti selezionati sono o prototipi che attendono un produttore ,o auto produzioni dei giovani designer e tra queste anche una pattumiera domestica per la raccolta differenziata progettata e autocostruita da Carmine Deganello nel progetto Recession Design. Possiamo prefigurare una nuova strategia di progetto di giovani Designer senza più azienda che autocostruiscono, producono in piccola serie e commercializzano i loro progetti, magari insieme ad auto costruttori non professionali e progettisti autocostruttori autodidatti che vendono direttamente, nei loro laboratori – negozi – gallerie cioè senza la grande distribuzione, tutta la ricchezza articolata del loro operare? Potrebbe essere questa una interessante risposta alla crisi e alle difficilissime prospettive di lavoro di una intera generazione di designer.

I Laboratori Brico Center almeno per ora non sono stati realizzati. Una lunga trattativa tra i dirigenti e alcuni giovani di Recession design non ha almeno per ora prodotto l’accordo sperato. Quella che poteva essere una eccezionale e radicale innovazione nella triangolazione, azienda design utente si è dissolta nel tradizionale, inerziale rapporto di una innovazione che entusiasma i mass media che a lungo commentano l’iniziativa, ma resta una testimonianza una proposta che non si realizza,che non incide nella ridefinizione del ruolo del design . Recession Design pubblica nel Febbraio del 2011 quel libro- manuale che doveva nascere nei “laboratori Brico Center ” dal titolo “Design fai date” con la Rizzoli , una delle più prestigiose case editrici italiane, con una prefazione di Enzo Mari. Il sottotitolo del libro è ” idee contro la crisi”, il grande entusiasmo di un gruppo di giovani, che hanno lavorato per tre anni ad un progetto senza compensi, investendo tempo e denaro di tasca propria, a parte un po’ di macchinari e semilavorati Brico Center, viene per l’ennesima volta frustrata, nonostante l’entusiasmo della critica, dalla indisponibilità aziendale. Alcuni del gruppo di Recession Design, come avevo già accennato, volevano trasformare il gruppo in una libera associazione che collegialmente gestiva tutto il progetto. Purtroppo oltre al venir meno dell’occasione dei Laboratori Brico Center si è dissolta nella competitività e nelle rivalità la possibilità dell’associazione, ma questo resta comunque complessivamente un progetto di grande interesse magari realizzabile in altri contesti, dove la scuola potrebbe svolgere sia un ruolo promozionale,( mettere a disposizione i suoi laboratori ) ma soprattutto recuperare nella sua didattica l’attitudine del designer ad auto costruire e gestire in associazione il proprio progetto ma non c’è spazio per i giovani dentro la crisi? L’innovazione è destinata ad essere minoritaria, utopia ingenua, entusiasmo sempre frustrato, dentro la crisi, o è possibile pensare,”progettare” un progetto di design che accompagni la nostra disciplina oltre la crisi? Ma quale “ speranza progettuale” richiamando un libro fondamentale di Maldonado del 1970 che poneva già allora ai progettisti il grande tema del degrado ambientale e delle responsabilità del progetto, è oggi coltivabile, soprattutto quale innovazione che rilanci questo mestiere in profonda crisi è oggi realizzabile? In una progressiva drammatizzazione della crisi economica, culturale, morale, ambientale, che con diverse intensità attanaglia tutto il pianeta, quale speranza sussiste di poter incidere sui comunque inevitabili radicali cambiamenti imposti da questa crisi epocale che possano andar oltre una semplice testimonianza di quello che il design avrebbe potuto essere?

 Paolo Deganello,

Milano 12 Settembre 2011